ROMA Se entro tre settimane non riaprirà lo Stretto di Hormuz, negli aeroporti italiani e del resto d’Europa cominceranno le prime riduzioni dei voli a causa della carenza del carburante. E le incognite si protrarranno per tutta l’estate, mettendo a rischio non solo le vacanze - dalle quali comunque dipende un settore economico importante come quello del turismo - ma anche altri comparti, a partire dal commercio. Non è allarmismo perché c’è margine per evitare la paralisi.

Serve però una strategia per farsi trovare pronti, come chiede una lettera scritta da Olivier Jankovec, direttore di Aci Europe (Airports Council International), l’associazione che riunisce le società di gestione aeroportuale del continente. L’ha inviata ad Apostolos Tzitzikostas, commissario europeo per i Trasporti. Spiega appunto: «Se il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz non riprenderà in modo significativo e stabile entro le prossime tre settimane, una carenza sistemica di carburante per aerei diventerà realtà per l’Unione europea». Jankovec ricorda: «Al momento non esiste una mappatura e un monitoraggio a livello europeo della produzione e della disponibilità di carburante per aerei. Una crisi di approvvigionamento interromperebbe gravemente le operazioni aeroportuali e la connettività aerea, con il rischio di gravi ripercussioni economiche per le comunità colpite e per l’Europa». La speranza è che i colloqui, previsti oggi a Islamabad tra le delegazioni di Usa e Iran, trasformino la fragile tregua di due settimane in un accordo stabile che porti alla riapertura dello Stretto da cui dipende il 20 per cento del commercio globale di greggio. Dopo il cessate il fuoco, gli iraniani hanno mantenuto le limitazioni alle petroliere, con poche eccezioni, perché contestano la prosecuzione dei bombardamenti in Libano da parte di Israele. Questo è il quadro generale. E si rischia anche un drammatico aumento dei prezzi dei generi alimentari. Il direttore esecutivo dell’Aie (agenzia internazionale per l’energia) Fatih Birol allo Spiegel ha spiegato che «mancano altri prodotti fondamentali dagli Stati del Golfo, in particolare i fertilizzanti. E questo fa rischiare una crisi globale dei beni alimentari». Altro esempio: la Face (Federazione Europea dei Consumatori di Alluminio), prevede «rincari produttivi del 25 per cento nel packaging alimentare e del 18 nel settore farmaceutico». Per quanto riguarda il jet fuel, il prezzo è passato da 750 dollari a tonnellata a 1.650 e dunque un aumento delle tariffe aeree sarà inevitabile. Da sapere: l’Europa acquisisce circa il 60 per cento del carburante per aerei dalle raffinerie del Golfo e oltre il 40 per cento passa proprio dallo Stretto di Hormuz. Ricorda il presidente di Enac (ente nazionale aviazione civile), Pierluigi Di Palma: «L’ultima petroliera, transitata dallo Stretto prima della chiusura, è arrivata a Rotterdam il 9 aprile. Si sta creando un’interruzione nelle consegne che ci porteremo dietro anche in caso di soluzione immediata della crisi. Possiamo garantire la tenuta del sistema fino alla fine di maggio. Se ripartirà il flusso delle navi, si potrà attingere dalle scorte strategiche dato che si avrà la certezza che saranno compensate».