Primavera, stagionalità, evviva: asparagi. Un piccolo-grande feticcio culinario, una delle poche piante erbacee non reperibili fuori stagione, almeno con un gusto degno di tal nome. Pensateci un po’, in fin dei conti ai tempi che corrono - due esempi che valgono per l’intero lotto - melanzane e pomodori con i crismi della validità li si trovano sempre. L’asparago no. Un turione lungagnone e cilindrico, una silhouette lineare ma non rigida, una sommità complessa e frastagliata. Un po’ come il pennello, oggetto che sprigiona innegabile fascino e carisma.

L’asparago è sexy e l’Italia ne vanta alcune delle migliori varietà: quelli di Bassano e di Altedo, ma soprattutto quello selvatico. La superiorità dell’asparago verde, col suo sapore deciso, è indiscutibile rispetto alla tenuità del bianco e alla dolcezza del viola (non a caso, il selvatico è di un verde scuro, il gusto ancor più volitivo).

Note statistiche: il principale produttore mondiale è la Cina, seguita dal Perù (da cui importiamo fuori stagione un prodotto minore) mentre in Europa in termini quantitativi è la Germania a farla da padrone (ma domina l’asparago bianco, che come avrete capito certo non è in cima ai miei pensieri).