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Il vicepresidente diventa il volto di un negoziato ad altissima tensione: pesa la sua immagine anti-interventista, utile a rassicurare la base trumpiana e a tenere aperto il canale con gli ayatollah

La scelta di inviare il vicepresidente JD Vance a guidare i negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad rappresenta un’anomalia significativa nella prassi diplomatica statunitense. Tradizionalmente, dossier di questa portata vengono gestiti da figure con lunga esperienza negoziale o da diplomatici di carriera; l’impiego di una figura politica relativamente “ibrida”, peraltro reduce dal tour ungherese, con posizioni pubbliche spesso scettiche sull’interventismo militare, segnala a questo giro una strategia multilivello.

I colloqui si collocano in una fase estremamente delicata: una tregua fragile, tensioni persistenti sul nucleare e sullo Stretto di Hormuz, e il coinvolgimento indiretto di attori come Iran, Israele e gli Stati del Golfo. In questo contesto, la presenza di Vance appare funzionale non solo al negoziato in sé, ma anche alla gestione simultanea di dinamiche interne statunitensi e percezioni esterne, in particolare da parte di Teheran.