Non sono ancora malati di Alzheimer ma potrebbero diventarlo. Accusano piccoli segnali, avvertono la demenza li sta aggredendo. Tuttavia sembrano ancora in grado di svolgere una vita autonoma. Perché oggi, va detto, né una Pet né una risonanza magnetica oppure un elettroencefalogramma, sono in grado di predire in modo efficace il rischio di sviluppare una forma grave di demenza come l’Alzheimer.

Alzheimer, così la stimolazione elettrica può ostacolare le placche di amiloide

In questo campo ha indagato lo studio Interceptor, coordinato dal professor Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell'Irccs San Raffaele di Roma, in collaborazione con Istituto Superiore di Sanità, Policlinico Gemelli Irccs, Irccs Istituto Neurologico Besta, Irccs San Raffaele di Milano e Irccs Fatebenefratelli di Brescia. Interceptor è stato promosso e finanziato dall'Agenzia Italiana del Farmaco in collegamento con il ministero della Salute. Lo studio, che è stato pubblicato su Alzheimer's & Dementia, individua, attraverso otto marcatori, quali persone rischiano di ammalarsi. Il punto di partenza? Il cervello invecchia dai 50/60 anni.

Quando il cervello invecchia

È proprio da questa età che perdiamo alcune capacità soprattutto di tipo cognitivo. E va considerato che, tra il normale (fisiologico) invecchiamento cerebrale ed uno patologico, che invece provoca un quadro di demenza conclamata, esiste un’ampia zona grigia definita dagli anglosassoni Mild cognitive impairment (Mci, decadimento cognitivo lieve). Quante persone si trovano in questa condizione? Secondo le stime dell’Istituto superiore di sanità in Italia sono quasi 1 milione, e da queste ogni anno nascono circa 100.000 nuovi casi di demenza.