Non c’è l’ombra di un’industria a Biancavilla, cittadina di 23mila abitanti ai piedi dell’Etna. C’è una distesa di verde, filari di pregiati vitigni e coltivazioni di arance rosse. Eppure a Biancavilla si muore, di un male identico a quello che ha consumato il fisico di chi ha lavorato circondato dall’amianto. Mesotelioma pleurico e peritoneale, le due patologie che uccidono gli abitanti del paese etneo, 70 dal 1988, l’anno a partire dal quale esistono statistiche ufficiali dell’Istituto superiore di sanità. Cinque volte di più della media della regione. Il veleno responsabile di questa strage non viene da una fabbrica, ma dal monte che dista non più di due chilometri dal centro della cittadina, si chiama Monte Calvario, per un beffardo scherzo del destino. Da lì a partire dagli anni ’50 e poi ancora di più negli anni ’70 è stato estratto il materiale che è servito a costruire case e strade.

Il poligono di Capo Teulada durante l’esercitazione Joint Star nel 2023 (ansa)

Mentre Biancavilla cresceva, nessuno sapeva che le viscere della montagna contenevano un veleno prodotto dalle antiche eruzioni dell’Etna. Un minerale con "capacità asbestiformi", cioè uguali a quelle dell’amianto. Il suo nome, deciso solo negli anni Duemila quando era già troppo tardi, è fluoro-edenite e adesso non è solo a Monte Calvario, ma disperso fra quasi 5mila case e edifici pubblici di Biancavilla, nei salotti e nelle cucine degli abitanti. L’allarme parte nel 1996, quando l’Istituto superiore di sanità pubblica il report sull’emergenza amianto con i dati dei decessi per mesotelioma in Italia nel periodo 1988-1992, dati che per Biancavilla sono assolutamente fuori scala, tanto che all’inizio si pensa persino ad un errore statistico.