ROMA – L’unica regola è che non ci sono regole. Così sembra vadano le cose negli Stati Uniti della seconda Amministrazione Trump. O almeno per la sua industria dell’auto, benché non sia l’ultima ruota del carro ma uno dei motori principali dell’economia del Paese. A demolire le antiche certezze delle tre Big di Detroit - Gm, Ford e Stellantis - è un cantiere aperto di politiche contraddittorie su dazi ed energia che fanno perdere soldi a palate a chi vende mobilità. Non va meglio ai costruttori di auto elettriche come Tesla, Lucid, o Rivian e nemmeno ai marchi stranieri, nonostante alcuni abbiano fabbriche in loco come tedeschi, giapponesi e coreani. Perché la regola vale per tutti, cinesi compresi. Oggi solo loro fuori dal secondo mercato mondiale dell’auto grazie alle scelte protezionistiche della precedente Amministrazione Biden, ma domani chissà. Sono disposti a pagare quasi qualsiasi cifra pur di entrare e sanno che gli affari sono il tasto più sensibile del presidente statunitense.
“Lasciate che i cinesi entrino in gioco”, ha detto a sorpresa Trump a Detroit lo scorso gennaio, gelando una platea di manager, sindacalisti e dealer. L’idea sembra essere una prosecuzione del protezionismo con altri mezzi: Byd, che ha appena scavalcato Ford per vendite mondiali, e gli altri colossi di Pechino potrebbero essere invitati a investire in fabbriche, produzione e assunzione di lavoratori americani. In cambio dell’accesso al mercato statunitense, dovrebbero però lasciare su server americani i dati raccolti dai sistemi infotelematici di bordo, in nome della sicurezza nazionale. Uno schema adottato da Trump con il social cinese TikTok, che tanto ha aiutato la sua campagna elettorale: al proprietario della divisione americana il 19,9% della società, il resto a un consorzio di imprenditori statunitensi e stranieri per gestire l’oro dei dati, immagazzinati sul cloud di Oracle.






