Dieci contro 15. Dieci sono le richieste di Teheran. Quindici, invece, le proposte di Washington. Condizioni con pochi punti in comune e molte clausole diametralmente opposte. E per questo, gli osservatori si aspettano che il negoziato, almeno in una prima fase, sarà un muro contro muro.

Soprattutto dopo che Donald Trump ha voluto chiarire cosa intendeva davvero quando ha detto che la risposta dell’Iran in dieci punti era una possibile «base negoziale». «Esiste un solo insieme di punti rilevanti che risultano accettabili per gli Stati Uniti, e ne discuteremo a porte chiuse nel corso di questi negoziati», ha spiegato il presidente americano. E dalla Casa Bianca, la portavoce Karoline Leavitt ha rincarato la dose.

Quel piano di dieci punti, ha detto Leavitt, «era fondamentalmente ridicolo, inaccettabile e completamente scartato da Trump». «È stato letteralmente gettato nella spazzatura dal presidente e dal suo team negoziale», ha affermato la portavoce. E Washington ha ribadito che al tavolo delle trattative si partirà dalla proposta di pace in 15 clausole ideata negli States, con l’apertura di Hormuz come condizione necessaria per continuare a discutere.

Le differenze non sono poche. Washington, in quei 15 punti, chiede lo smantellamento del programma nucleare e un impegno definitivo sul non dotarsi dell’arma atomica. E oltre a vietare l’arricchimento dell’uranio sul proprio territorio, chiede che l’attuale combustibile sia consegnato all’Aiea. Trump chiede inoltre la fine della rete di milizie in Medio Oriente e un limite al programma missilistico, oltre che lo Stretto di Hormuz completamente libero. E in cambio, la Repubblica islamica otterrebbe la fine delle sanzioni e del sistema dello “snapback” e un aiuto sul nucleare civile a Bushehr (la centrale nucleare condivisa con i tecnici russi).