C’è una grossa querelle intorno al docufilm Giulio Regeni - Tutto il male del mondo. Tutto è iniziato nei giorni scorsi dopo che sono uscite le graduatorie che hanno escluso il film di Simone Manetti da uno dei tre tipi di finanziamenti pubblici, quelli selettivi. Il film, che ricostruisce le fasi processuali dell’omicidio in Egitto del ricercatore italiano, aveva fatto richiesta di contributi per 131mila euro ma la commissione preposta, nominata dal governo, non l’ha ritenuto meritevole. Questo ha portato alle dimissioni per protesta del critico cinematografico Paolo Mereghetti e del consulente cinematografico Massimo Galimberti, membri di altre commissioni incaricate di assegnare i contributi. Ora la questione è finita in parlamento mentre la pellicola tornerà al cinema come forma di protesta contro l'esclusione dai finanziamenti pubblici.Il docufilm su RegeniGiulio Regeni - Tutto il male del mondo è un docufilm che ripercorre minuziosamente la storia di Giulio Regeni, dalla sua scomparsa fino ai giorni nostri. Il film alterna le immagini degli ultimi giorni di Regeni al Cairo e delle rivolte della primavera araba con le interviste ai suoi genitori, che per la prima volta hanno deciso di prestare il loro volto e la loro voce in un film, e all’avvocata Alessandra Ballerini, che da anni li assiste nella loro enorme battaglia per la verità e giustizia. A questo si sommano stralci del processo in corso al Tribunale di Roma, dove sono imputati (senza essere presenti a causa dell’ostruzionismo delle autorità egiziane che non ne hanno mai notificato il rinvio a giudizio) i quattro agenti della National Security Agency egiziana, Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abedal Sharif.“Come fosse un atto di cittadinanza attiva, abbiamo voluto affiancarci con i nostri mezzi alla battaglia del popolo giallo che da dieci anni chiede verità e giustizia per la morte di Giulio Regeni”, aveva raccontato a Wired Italia Simone Manetti, regista del film prodotto da Ganesh Produzioni e distribuito nelle sale da Fandango a partire dal 2 febbraio 2026. “Spero che il film possa contribuire a raccontare questa storia e a fare in modo che non svanisca. È un film anche per chi non la conosce, forse soprattutto per questo tipo di platea, per cercare di ampliare l’onda gialla che da anni segue i genitori di Giulio”, aveva aggiunto Manetti. Che ora però non si è visto riconoscere dal ministero della Cultura i finanziamenti pubblici in quello che è diventato un caso politico.Niente finanziamenti pubbliciIl film Giulio Regeni - Tutto il male del mondo è stato realizzato con un budget di 328mila euro. A causa dei ritardi ministeriali cronici è stato deciso di produrre il film e di richiedere solo in un secondo momento l’accesso ai finanziamenti pubblici. La società di produzione si è così candidata al fondo che sostiene “documentari cinematografici, televisivi o web di particolare qualità artistica e su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale nazionale italiana”. Trattandosi di contributi selettivi, a valutare le richieste è una commissione composta da cinque persone, scelte tra parlamentari ed esperti cinematografici, nominata dal governo. Ed è proprio a partire da questo che è esplosa la polemica.Il film su Giulio Regeni si è infatti piazzato 36esimo nella graduatoria ed è stato escluso dai contributi selettivi, per cui aveva fatto richiesta al ministero di 131mila euro su un fondo complessivo di 14 milioni di euro. A penalizzarlo sono stati voti bassi in alcune categorie, come quella relativa alla “Qualità, innovatività e originalità della sceneggiatura e del soggetto”, alla “Visione del regista e al linguaggio cinematografico o audiovisivo proposto”, alla “Qualità dell’apporto del cast artistico e tecnico all’opera audiovisiva” e alla “Coerenza tra sceneggiatura e dimensione economica, finanziaria e distributiva del progetto”. Una stroncatura sorprendente alla luce delle recensioni entusiaste dei critici cinematografici quando il film era uscito nelle sale, ma anche della coerenza tra l’oggetto del film e quello che i contributi selettivi mirano a sostenere finanziariamente.Una scelta politica?Il fatto che la commissione esaminatrice abbia una connotazione politica vicina al governo ha fatto esplodere le proteste. Da tempo il ministero della Cultura è al centro delle polemiche per il modo in cui cerca di interferire nella produzione e nella promozione cinematografica italiana e i rapporti con l’industria cinematografica sono tesi. Le opposizioni hanno annunciato tre interrogazioni parlamentari al ministro Alessandro Giuli perché spieghi il motivo dell’esclusione del film su Regeni dai finanziamenti pubblici mentre il Coordinamento delle associazioni di autori e autrici 100autori, Anac, Wgi, Air3, Aidac, Acmf ha sottolineato come da tempo chieda al governo che la nomina degli esperti avvenga all’insegna della “massima competenza e trasparenza” e che oggi tali criteri non siano pienamente rispettati.In questo contesto già molto teso si sono poi aggiunte il 7 aprile le dimissioni del critico cinematografico Paolo Mereghetti e del consulente cinematografico Massimo Galimberti dalle commissioni ministeriali per i contributi selettivi di cui facevano parte (che non è la stessa che ha escluso Giulio Regeni - Tutto il male del mondo). “Sebbene le scelte sul doc di Regeni non siano venute dalla mia sottocommissione, ho sentito di non potermi più riconoscere in quelle modalità”, ha spiegato Galimberti, “ho sentito una sorta di incompatibilità ambientale legata a una difformità di vedute che mi ha spinto a lasciare”. Mereghetti ha sottolineato che “un certo snobismo populista ha finito per condizionare questa e altre scelte” e che “viene il dubbio che ci sia soltanto un’idea dietro, una voglia di punire un certo tipo di intellettuali”.Ma il film su Giulio Regeni torna al cinemaIntanto Giulio Regeni - Tutto il male del mondo ritornerà al cinema come forma di protesta contro l'esclusione dai finanziamenti pubblici. Sono infatti più di 60 le sale, anche grazie al sostegno di Circuito Cinema, che hanno deciso di riprogrammare il documentario.“Ritornare in sala è la risposta migliore a chi vuole a tutti i costi che questo documentario sia una battaglia di una sola parte”, ha sottolineato Domenico Procacci, fondatore e produttore di Fandango. “I cinema sono luoghi democratici dove chiunque può capire, indignarsi e vedere con i propri occhi, aldilà del credo politico, quello che è successo e sta succedendo riguardo a una vicenda che continua a chiedere verità e giustizia”.“Non entro nel merito delle decisioni della commissione, anche se non nascondo una certa sorpresa e amarezza”, ha dichiarato Mario Mazzarotto, produttore insieme ad Agnese Ricchi di Ganesh Produzioni. "Sarebbe stato importante sentire una maggiore vicinanza anche da parte delle istituzioni verso un progetto come questo, perché la storia di Giulio riguarda tutti, non una parte. Per noi, però, la cosa più importante è che il film continui a essere visto e a generare riflessione, nelle sale, nelle università e in televisione. Continueremo a portarlo in giro il più possibile”. Il film nel frattempo ha ricevuto un riconoscimento importante come il Nastro della Legalità e sarà presto trasmesso da broadcaster come Sky e Rai.