“Questa è una battaglia politica, ma dovrebbe interessare tutti gli italiani, non certo soltanto una parte. Non può essere una scelta di merito”. Così Domenico Procacci, uno dei produttori del documentario Tutto il male del mondo, commenta la decisione del ministero della Cultura, guidata da Alessandro Giuli, di escludere l’opera dai finanziamenti per le opere cinematografiche come ha riportato Il Fatto Quotidiano lo scorso 4 aprile. Il film, diretto da Simone Manetti e prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Fandango, racconta la storia di Giulio Regeni, il giovane ricercatore ucciso al Cairo nel 2016 e per cui è ancora in corso – tra ostacoli giuridici di ogni tipo – il processo a quattro militari dei servizi segreti egiziani. Nonostante il documentario sia già uscito nelle sale e abbia vinto il Nastro della Legalità, non riceverà alcun contributo pubblico.
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Procacci ha spiegato che, a differenza di altri casi in cui il rifiuto dei fondi potrebbe essere motivato da ragioni artistiche o di qualità, qui il problema è esclusivamente politico. “Io posso anche capire se vengono commessi errori da un punto di vista artistico, per scarsa competenza. Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, e pensi che non sia un bel lavoro. Ma il documentario è stato fatto, è uscito, ha già vinto premi: bocciarlo non è una scelta artistica. È solo politica”, ha dichiarato.











