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8 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 18:01

Quando nella nottata tra martedì e mercoledì Donald Trump ha annunciato di aver accettato una tregua di 15 giorni con l’Iran, il mondo intero ha tirato un sospiro di sollievo. In pochi minuti si è passati dalla prospettiva di un’escalation catastrofica, con l’incubo di un conflitto nucleare, alla speranza di un percorso di pace. Anche a Bruxelles e in diverse cancellerie europee devono aver provato lo stesso sollievo. Ma anche imbarazzo. Perché poco dopo gli attacchi indiscriminati di Stati Uniti e Israele all’Iran, negli stessi palazzi si parlava di “opportunità“, si condannava solo la rappresaglia di Teheran contro i Paesi del Golfo o, nel migliore dei casi, si taceva.

Così, fa specie ascoltare oggi le dichiarazioni soddisfatte di diversi leader, Ursula von der Leyen su tutti. La sua posizione, poco più di un mese fa, era talmente radicale da aver costretto il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, e la commissaria per la Transizione Energetica, Teresa Ribera, a prenderne le distanze. Tra le altre cose, aveva definito i raid israeliani e americani contro la Repubblica islamica “una rinnovata speranza per il popolo oppresso dell’Iran”, sostenendo “fermamente il suo diritto a determinare il proprio futuro”. Costa le aveva replicato che “la libertà non si conquista con le bombe“. Così oggi le sue parole di soddisfazione appaiono immotivate, dato che il regime degli ayatollah è ancora saldamente al potere, mentre i programmi missilistico e nucleare iraniano vanno avanti come prima: “Accolgo con favore il cessate il fuoco di due settimane concordato ieri sera tra Stati Uniti e Iran – ha scritto su X – Porta una tanto necessaria de-escalation. Ringrazio il Pakistan per la sua mediazione. Ora è cruciale che le negoziazioni per una soluzione duratura a questo conflitto continuino. Continueremo a coordinarci con i nostri partner a questo scopo”.