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8 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 9:49
L’allergia al lattosio di Sofia Di Vico era “gravissima” e il ristorante della struttura che la ospitava ne era stato informato in anticipo. È da questo punto fermo che partono le indagini sulla morte della 15enne, avvenuta dopo una reazione allergica durante una trasferta sportiva sul litorale romano. Un dettaglio tutt’altro che secondario, perché introduce il primo grande interrogativo: cosa non ha funzionato nella catena di prevenzione che avrebbe dovuto proteggerla. A segnalare la condizione della ragazza era stato il padre, Fabio Di Vico, al momento dell’arrivo nella struttura insieme alla squadra. Un passaggio che – come riporta Il Messaggero – per lui rappresentava una prassi consolidata: ogni viaggio, ogni ritiro, ogni spostamento prevedeva la stessa attenzione, proprio per evitare rischi legati all’alimentazione. Un’attenzione tanto più necessaria considerando la gravità dell’allergia.
Eppure, la sera della tragedia, qualcosa potrebbe essere andato storto. Durante la cena nel ristorante del villaggio, Sofia ha iniziato a sentirsi male mentre mangiava. I primi segnali, poi il peggioramento improvviso: difficoltà respiratorie, affanno, una crisi compatibile con uno shock anafilattico. In pochi minuti la situazione è precipitata. Il padre, avvisato dalle compagne, si è precipitato nella sala dove si trovava la figlia. L’ha trovata ancora cosciente ma già in grave sofferenza. Ha agito subito, come aveva imparato a fare: con sé aveva l’auto-iniettore di adrenalina, il farmaco salvavita indispensabile in questi casi. Glielo ha somministrato, ma senza ottenere la risposta attesa. Un elemento cruciale, che ora rappresenta uno dei punti più delicati dell’inchiesta.











