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Ultimo aggiornamento: 7:48
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Già negli anni ‘60 Albert Bandura dimostrò, attraverso una serie di esperimenti sociali (noto quello della “bambola Bobo”), che l’apprendimento della violenza di bambini e adolescenti avviene anche attraverso l’osservazione di comportamenti violenti di adulti significativi, per esempio sui media. Quando nelle narrazioni mediatiche dei conflitti umani, reali o fittizi che siano (a volte mescolati come nei video sui canali social della Casa Bianca), il “bene” può trionfare sul “male” solo con mezzi violenti, come la guerra, gli spettatori – o almeno i più fragili e suggestionabili – possono essere indotti a maggiore disponibilità nell’uso personale della violenza. Anzi, aggiunge Bandura, “il potere disinibitorio del modellamento aggressivo aumenta se i perpetratori sono figure ammirate e se la violenza è socialmente o moralmente giustificata, viene ricompensata o resta impunita, ed è rappresentata in modo edulcorato, senza sangue e sofferenze” (Disimpegno morale, Erikson, 2017). E’ il bellicismo culturale nel quale siamo pesantemente immersi da anni, che genera, attraverso il cattivo esempio, una pervasiva pedagogia della violenza.







