Prima, l'inusuale offerta a Taiwan: "riunificazione pacifica" in cambio di stabilità nell'approvvigionamento energetico. Poi, l'apertura delle Filippine al rilancio del dialogo sull'utilizzo delle risorse conservate nelle acque del conteso mar Cinese meridionale, teatro di confronti assai tesi negli ultimi anni. Si tratta di due indizi significativi: la Cina potrebbe provare a usare l'energia come un'arma politica tra Asia orientale e Sudest asiatico. La guerra in Iran e in Medio Oriente sta creando problemi a Pechino, ma le sta dando anche potenziali opportunità.I vantaggi strategici della CinaSin dai primi attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, si è parlato molto delle importazioni cinesi di petrolio da Teheran e dal resto della regione del golfo Persico. Il presidente statunitense Donald Trump ha sostenuto che da lì arriva il 90% delle importazioni di Pechino, "invitata" dunque a collaborare nell'invio di navi militari per mettere in sicurezza le rotte commerciali nello stretto di Hormuz. In realtà, la percentuale di acquisti cinesi di petrolio dalla regione si aggira intorno al 45%, nettamente sotto non solo la stima di Trump, ma anche le quote dei Paesi vicini. Se per Paesi come Giappone e Corea del Sud la quota supera il 90%, per le Filippine arriva addirittura al 98%. Una dipendenza che riguarda anche altre componenti del mix energetico.“Diversi Paesi del Sudest asiatico, o in generale asiatici, dipendono in modo significativo dal Medio Oriente per le risorse energetiche in toto, non solo quelle di petrolio. La Cina sta invece accumulando da tempo scorte e, allo stesso tempo, ha sviluppato rapidamente le energie rinnovabili per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Questo le permette di posizionarsi come un Paese con capacità energetica in surplus e la mette in condizione di offrire qualcosa al Sudest asiatico”, spiega a Wired Italia Collin Koh, ricercatore senior dell'Institute of defence and strategic studies della S. Rajaratnam School of International Studies di Singapore. “La Cina potrebbe usare le sue riserve energetiche per attrarre questi Paesi, dato il loro bisogno urgente di affrontare carenze di carburante, anche se resta da vedere per quanto tempo potrà continuare a farlo”.Negli ultimi anni, Pechino ha costruito una strategia energetica multilivello che oltre alle scorte strategiche profonde prevede anche una diversificazione geografica delle forniture e investimenti massicci nelle energie alternative. “Grazie anche alle rotte terrestri che la collegano alla Russia, la Cina è più resiliente agli shock energetici globali rispetto al Sudest asiatico e all'Indo-Pacifico”, afferma a Wired Italia Japhet Quitzon, ricercatore associato del programma sul Sudest asiatico del Csis (Center for strategic and international studies). “Nonostante il suo flusso costante di petrolio greggio, la Cina è anche leader mondiale nel settore delle energie pulite ed è diventata un partner chiave per i paesi della regione che mirano a modernizzare le proprie reti elettriche”, aggiunge Quitzon.Incide anche la ritirata internazionale degli Stati Uniti, in particolare in ambiti come le rinnovabili e la transizione energetica verde. “Con la fine dell'USAID e i limitati tentativi di instaurare partnership infrastrutturali, i paesi dell'Indo-Pacifico si sono rivolti alla Cina per soddisfare il loro crescente fabbisogno energetico. Questo li costringe a mantenere una posizione equilibrata nei confronti della Cina: non sono disposti a mettere a rischio il proprio benessere economico e a compromettere il proprio fabbisogno energetico inimicandosi Pechino”, dice Quitzon.Questo insieme di fattori consente alla Cina di contenere lo shock meglio dei suoi vicini e, in alcuni casi, persino di trarne un vantaggio competitivo. Nel medio periodo, l'impatto sulla domanda globale potrebbe causare problemi a un'economia ancora molto legata alle esportazioni. Ma, secondo diverse analisi, per il momento i costi energetici cinesi stanno aumentando meno rapidamente rispetto a quelli di altre economie, permettendo alla sua industria di mantenere una relativa stabilità e di guadagnare quote di mercato globale.La vulnerabilità del Sudest asiaticoIl contrasto con altre parti dell’Asia è disarmante. La guerra ha trasformato quella che era una vulnerabilità teorica in una crisi concreta. La chiusura di fatto dello stretto di Hormuz ha colpito in pieno le economie regionali, altamente dipendenti dalle importazioni energetiche. Le conseguenze sono visibili in diversi Paesi: razionamenti, prezzi alle stelle, riduzione dei voli, inflazione crescente. Parecchi governi hanno approntato misure emergenziali. In questo spazio, potrebbe inserirsi la Cina. Nonostante abbia introdotto restrizioni all'export di gasolio e carburanti già a marzo, Pechino sta continuando a esportare queste risorse verso i paesi del Sudest asiatico. Un segnale di apparente sostegno.Secondo la testata finanziaria Bloomberg, le petroliere Ding Heng 36 e Auchentoshan hanno consegnato oltre 260mila barili di gasolio alle Filippine nell'ultimo fine settimana di marzo. Great Ocean ha consegnato circa 100mila barili di distillati al Vietnam nello stesso periodo, alleviando potenzialmente la carenza di prodotti petroliferi, incluso il gasolio.L’energia potrebbe però diventare una leva strategica e diplomatica. Non tanto attraverso coercizione diretta, quanto tramite offerte calibrate che combinano assistenza e implicazioni politiche. Nel Sudest asiatico, la Cina prova a presentarsi come fornitore affidabile in un momento in cui le catene globali vacillano. Fornisce diesel, offre cooperazione su fertilizzanti e risorse energetiche, ventilando la possibilità di accordi su giacimenti condivisi, come nel mar Cinese meridionale.Come possono reagire i Paesi della regione? “I Paesi produttori di energia come Malesia e Indonesia sono meno vulnerabili. Anzi, potrebbero intensificare le loro attività di esplorazione ed estrazione, anche in aree contese con la Cina. I Paesi più vulnerabili sono invece Thailandia, Cambogia, Laos e Myanmar: Paesi più poveri di risorse energetiche e più suscettibili alle offerte della Cina”, sostiene Koh.“Con scarse riserve di carburante proprie e una forte dipendenza dai combustibili fossili, i Paesi del Sudest asiatico saranno portati a ragionare in modo pragmatico sulle scelte che garantiscano la sopravvivenza politica dei loro leader, data la serie di disordini sociali scatenati dalla crisi. I paesi continueranno a pensare a ciò che è nel loro interesse, mettendo da parte istituzioni come l'Asean per perseguire negoziati diretti alle proprie condizioni e garantire la propria stabilità”, aggiunge Quitzon.Il caso delle FilippineIl caso più emblematico è forse quello delle Filippine, primo Paese al mondo a dichiarare un'emergenza energetica nazionale a causa della guerra. Il prezzo di benzina e diesel è più che raddoppiato, con effetti a catena su trasporti, inflazione e stabilità sociale. Le proteste sono già iniziate e il governo teme un impatto duraturo sulla crescita economica e sulle rimesse dall’estero.In un arcipelago dove la mobilità è essenziale, il caro carburante è diventato rapidamente una questione politica. Di fronte all’emergenza, il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha aperto alla possibilità di negoziare con Pechino lo sfruttamento delle risorse nel mar Cinese meridionale, nonostante le forti tensioni vissute tra i due Paesi nelle acque contese.“Marcos Jr. ha dichiarato che è inevitabile un riavvicinamento con la Cina. A prima vista, è evidente che Manila ha motivazioni pratiche per avviare questi colloqui, dato che l’economia filippina è tanto fragile che il governatore della banca centrale ha dichiarato che il Paese si trova tra l’incudine e il martello”, dice Koh.Per il governo si tratta di una scelta complicata. “Marcos deve bilanciare interessi interni contrastanti. Da un lato, si è presentato come difensore del mar delle Filippine occidentale e della sovranità nazionale. Dall’altro, deve rispondere alle preoccupazioni economiche della popolazione, che restano prioritarie”, sottolinea Koh.“Questo crea una tensione: anche se vuole difendere la sovranità, deve garantire risultati economici. Allo stesso tempo, non può permettersi di essere percepito come qualcuno che vende i diritti territoriali in cambio di sicurezza energetica. Anche se decidesse di avviare una cooperazione energetica con la Cina, resta il dubbio su quanto possa spingersi oltre, perché deve tenere conto delle pressioni interne. È probabile che procederà con cautela, senza impegni troppo forti”, continua Koh.“Non credo che i due Paesi saranno in grado di impegnarsi in modo produttivo sullo sviluppo congiunto di giacimenti petroliferi e di gas, dato che tentativi simili sono falliti in passato”, concorda Quitzon. “Sebbene il sentimento dell'opinione pubblica filippina contro gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran stia crescendo, soprattutto a causa della conseguente crisi del carburante, il sentimento anti-Cina rimane nettamente più forte. Se Marcos rinunciasse alla linea dura sulle rivendicazioni territoriali in cambio di uno sviluppo congiunto nel settore energetico, cosa che ritengo assai complicato pensare, l'opinione pubblica filippina sarebbe furiosa”.Nel frattempo, peraltro, le tensioni restano alte. Ci sono stati incidenti recenti nel Mar cinese meridionale, con manovre ravvicinate tra navi militari: "È possibile che Marcos veda nella crisi energetica un’opportunità per avviare un dialogo e ridurre le tensioni", sottolinea Koh.L'offerta (difficile da accettare) a TaiwanL'offerta più esplicita, e forse meno usuale, di Pechino in materia di energia è però quella avanzata a Taiwan. L’isola dipende infatti per il 97-98% del proprio fabbisogno energetico da importazioni, con una quota dominante di combustibili fossili trasportati via mare. Il sistema elettrico è fortemente sbilanciato sul gas naturale liquefatto, interamente importato. A differenza di Giappone e Corea del Sud, Taiwan non produce energia nucleare, dopo che l'anno scorso è stato spento anche l'ultimo reattore presente sul suo territorio.Questa configurazione rende Taiwan esposta agli shock dei prezzi e a eventuali interruzioni delle rotte marittime, soprattutto per un'economia altamente industrializzata e dipendente da una fornitura continua e stabile di energia necessaria all'immenso comparto tecnologico, a partire dalla cruciale fabbricazione di microchip. Non è un caso che Taipei stia accelerando la ricerca di forniture alternative, anche dagli Stati Uniti, e abbia riaperto il dibattito interno su un possibile rilancio dell'atomo civile.In questo contesto, è arrivata la mossa di Pechino. Chen Binhua, portavoce dell'Ufficio per gli Affari di Taiwan della Cina, ha dichiarato che la riunificazione pacifica garantirebbe una maggiore protezione della sicurezza energetica e delle risorse. “Siamo disposti a fornire ai compatrioti di Taiwan una sicurezza energetica e delle risorse stabile e affidabile, affinché possano vivere una vita migliore”, ha affermato. Il governo di Taipei, come prevedibile, ha respinto l'ipotesi: “Naturalmente è impossibile accettare. L'iniziativa fa parte di una guerra cognitiva”, ha dichiarato in parlamento il viceministro dell'Economia di Taiwan, Ho Chin-tsang, sostenendo che Taiwan ha riserve di sicurezza e piani di risposta alla crisi.“L’offerta di sicurezza energetica a Taiwan è piuttosto insolita, ma si inserisce in una strategia più ampia. Le politiche precedenti di attrazione verso Taiwan non hanno avuto successo, e anzi hanno spesso allontanato l’opinione pubblica taiwanese”, dice Koh.Ma la vera natura del messaggio potrebbe avere uno scopo più sottile, prevedendo un destinatario diverso dal governo di Taipei: “Ora Pechino sembra puntare su messaggi più concreti e tangibili, come energia e infrastrutture, che parlano direttamente alla vita quotidiana delle persone. L’obiettivo è influenzare la percezione pubblica più che le élite politiche. In effetti, recentemente la Cina ha anche parlato di grandi progetti infrastrutturali per Taiwan in caso di riunificazione. Questo indica una strategia comunicativa più mirata e concreta, rispetto al passato”.Il tutto in un contesto in cui la frammentazione politica interna taiwanese è sempre più evidente, con Xi Jinping che ha invitato a Pechino la leader dell'opposizione del Kuomintang, Cheng Li-wun. È la prima visita da un decennio di un capo della formazione dialogante col Partito comunista.