Sui mercati, quest’anno, tutto sembrava nascere sotto i migliori auspici. Il 2025 era stato un anno da record e anche i primi mesi del 2026 avevano visto rally sostenuti soprattutto a Wall Street. Poi dopo la guerra i principali indici hanno perso quasi il 10% del valore dai massimi, per poi recuperare in parte la settimana scorsa quando sono usciti da una striscia di cinque settimane di perdite. Solo a marzo l’S&P 500 ha perso 5.000 miliardi di dollari.
Dal 28 febbraio, da quando cioè sono piovuti i primi missili sull’Iran, lo Stoxx 600, l’indice delle principali società quotate in 17 Paesi europei, ha perso circa 1.500 miliardi di dollari di capitalizzazione, oltre il 6%, con un impatto superiore a quello della crisi che ha seguito il Covid. Più in generale, finora, il costo della guerra sui mercati globali è stato di quasi 12.000 miliardi secondo il Bloomberg World Exchange Market Capitalization Index.
Intanto anche su altre asset class le cose vanno male. A partire dalle criptovalute. L’inverno del Bitcoin questa volta potrebbe essere diverso. Ci sono diversi segnali di debolezza, che hanno spinto alcuni analisti, tra cui Mike McGlone di Bloomberg Intelligence, a prevedere un possibile crollo a 10.000 dollari di Bitcoin, mentre in questi giorni viaggia sotto i 70.000 dollari (ieri nonostante un +3,69% non ha infranto la barriera). Il sei ottobre scorso aveva raggiunto i massimi storici a 126.198 dollari. Ma, nonostante siano passati solo sei mesi, era un altro mondo. Oggi le cripto si scontrano con almeno quattro forze che le schiacciano verso il basso: c’è la crisi del private credit che dai massimi del 2025 ha perso 265 miliardi di dollari, creando una richiesta di liquidità che spinge gli investitori ad allontanarsi dal mondo cripto.






