La discussione tra giovani coppie, a pranzo, era quanto sei disposto a rischiare per risparmiare. È nata dalla notizia che le compagnie aeree del Golfo hanno ingaggiato tra loro una gara al ribasso dei prezzi sui voli a lungo raggio: a maggio e giugno saranno dimezzati, talvolta ridotti di un terzo. Questo mentre ovunque, altrove, i costi dei viaggi aerei sono schizzati a cifre proibitive a causa del prezzo del carburante, cioè della guerra.

Ne parlavamo qui la settimana scorsa: tratte cancellate, low cost in grandissima difficoltà per la priorità data alle compagnie di bandiera. Non è solo un problema per chi va in vacanza: lo è, gigantesco, per chi si muove per lavoro, per i fuori sede, per le famiglie di chi vive altrove e difatti si torna a parlare di smartworking, la soluzione dei tempi di crisi che ben sappiamo quanti e quali guasti collaterali abbia prodotto in termini di qualità del lavoro e dello studio, delle relazioni. Ma va bene. È quel che è, sono le conseguenze di decisioni dissennate, speriamo che servano almeno ad accrescere la consapevolezza dei cittadini sulle rispettive classi dirigenti, dei leader.

Dei rischi, si diceva. La Farnesina sul sito raccomanda di fare molta attenzione a itinerari «con scali dei paesi del Golfo» coinvolti in scenari di guerra, paesi che esattamente per questa stessa ragione abbassano i prezzi per invitare i clienti a comprare comunque, pazienza per il pericolo. Il quale non è solo rimanere bloccati per la chiusura temporanea degli scali, sarebbe il meno. È più che altro, lo dico brutalmente, che un volo civile finisca per essere coinvolto in un’azione militare.