L’ex Davisman racconta il progetto che ha portato in 20 anni gli azzurri dalla C al tetto del mondo: “Il sistema non può creare il fuoriclasse Sinner ma costruire insieme a lui i campioni di domani”

Diego Nargiso a bordo campo insieme a Jannik Sinner alle Atp Finals di Torino

Il 2000 l’annus horribilis: l’Italdavis sprofonda in Serie C, quello che un tempo si chiamava “Gruppo II Euro-Africano”. Fino a quel momento l’Italia era l’unica nazione a non essere mai retrocessa. Venticinque anni dopo, gli azzurri vincono la terza Insalatiera di fila senza i due giocatori con la classifica più alta: Jannik Sinner e Lorenzo Musetti. «È un momento speciale e unico» dice Diego Nargiso, Legend della Fitp e attuale Senior Sport Manager del Politecnico di Torino. Ma come spiega l’ex Davisman non è certamente un caso: «Si è arrivati a questi risultati dopo un lavoro di più di vent’anni».

Nargiso, dal baratro della C al tetto del mondo in 25 anni: ma cosa è successo?

«Dopo la finale di Davis del 1998 e un periodo in cui eravamo sempre tra le prime 4 al mondo, c’è stato un cambio generazionale che ha dimostrato che non si era lavorato bene. Così è nata quella debacle. Poi è partito il progetto lungimirante del presidente Fitp Angelo Binaghi che nel corso di due decenni ci ha portato al top, non solo come interpreti individuali, vedi Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, ma come movimento: tra i primi 20 al mondo abbiamo anche Flavio Cobolli e Luciano Darderi e ci sono quasi 30 italiani, molti giovanissimi, fra i primi 300. E c’è Jasmine Paolini, grande protagonista, che insieme a Sara Errani ha centrato un oro olimpico».