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Ultimo aggiornamento: 15:43
di Giuseppe Gagliano
La legge approvata dalla Knesset sulla pena di morte non rappresenta soltanto un irrigidimento giudiziario. È il segnale politico di uno Stato che, immerso nella guerra permanente, trasforma l’eccezione in norma e la vendetta in strumento di governo. Pur senza nominare esplicitamente i palestinesi, la struttura della legge rende evidente il bersaglio: chi compie attacchi mortali contro Israele potrà essere condannato all’impiccagione da un tribunale militare con semplice maggioranza e con esecuzione entro novanta giorni.
Non siamo davanti a una misura di sicurezza, ma a una norma identitaria che separa lo Stato dal nemico assoluto. In questo schema il palestinese non è più un soggetto da giudicare, ma un corpo da eliminare in nome di una sovranità percepita come costantemente assediata.















