Rispetto al biennio 2020-2022, l’Unione europea (Ue) ha ridotto la propria dipendenza dal petrolio e dal gas, anche se non da altri input come i fertilizzanti, (pesantemente colpiti dalla chiusura dello stretto di Ormuz), e ha razionalizzato la propria presenza nelle catene internazionali del valore. Eppure, la gravità degli attuali conflitti geo-politici e il connesso disordine economico hanno un’elevata probabilità di causare strozzature dal lato dell’offerta che saranno difficili da superare nel breve termine e che condizioneranno le scelte di politica monetaria della Banca centrale europea (Bce).
Prima dell’attacco israelo-statunitense all’Iran, l’economia europea aveva riassorbito gli eccessi di inflazione e, a partire dal 2025, stava superando la stagnazione del precedente biennio. Inoltre, pur se in modi incompleti, le istituzioni della Ue miravano a coordinare le maggiori spese nazionali per la difesa e ad avviare progetti comuni di politica industriale. Dopo quell’attacco, è ragionevole aspettarsi che – come nel caso del Covid – i vincoli di offerta diventino stringenti e la dinamica dei prezzi torni sensibilmente al di sopra del 2%. Per giunta, vi è il rischio che le rotture geo-politiche diventino così profonde da prolungare nel tempo tali vincoli, aggravati dai ripiegamenti europei rispetto alla transizione verso fonti di energia sostenibile. In questo quadro, restrizioni di politica monetaria in risposta allo shock negativo di offerta soffocherebbero sul nascere la ripresa della domanda. In assenza di un’efficace combinazione tra politica monetaria e politiche di bilancio (policy mix), la presidente Lagarde ha sottolineato che la Bce non avrebbe alternative.












