VENEZIA - Se fosse stato scoperto e trovato colpevole per tempo sarebbe stato multato con una cifra pari a tre volte quella con cui aveva superato il tetto di legge, ma soprattutto sarebbe stato dichiarato ineleggibile e, visto che correva per il secondo mandato, di fatto Luigi Brugnaro sarebbe anche decaduto dal ruolo di sindaco di Venezia - immediatamente, prima ancora di sottoporsi al giudizio delle urne. Ieri mattina gli avvocati del primo cittadino lagunare e dei suoi più stretti collaboratori erano di nuovo davanti a un giudice, non per ribattere sulla compravendita di palazzo Poerio Papadopoli o sulla trattativa per la cessione dei terreni dei Pili al magnate di Singapore Chiat Kwong Ching, ma per difendersi dalle accuse di finanziamento illecito ai partiti per la campagna elettorale del 2020.
I pubblici ministeri Roberto Terzo, Federica Baccaglini e Laura Villan hanno messo in fila ogni centesimo fatturato all’associazione “Un’impresa comune”, che gestiva lo sforzo politico del presidente di Umana, evidenziando come i fondi girati alla macchina non fossero soltanto superiori al consentito, ma volutamente occultati dietro voci indefinite, così da evitare ogni immediato collegamento con le spese elettorali. La prima udienza di questa seconda inchiesta che chiama in causa il sindaco fucsia, però, si è risolta solo con un nuovo appunto in agenda: Brugnaro era indicato come privato, invece all’epoca dei fatti ricopriva già il ruolo di pubblico amministratore, quindi il capo d’imputazione dovrà essere corretto e, nel frattempo, i legali hanno chiesto nuovi termini a difesa. Il primo confronto sui fatti, insomma, è rinviato al 14 maggio, ma la sostanza non cambia.






