L’oro ha perso il suo appeal di bene rifugio? È la grande domanda sui mercati dopo che il metallo giallo non ha fatto da paracadute a marzo con le turbolenze innescate dal conflitto in Iran in pieno svolgimento. Pur avendo registrato un rialzo del 25% nei primi due mesi dell’anno, con una performance positiva da gennaio, fanno notare gli analisti di Dws, «dallo scoppio del conflitto il metallo giallo ha subito perdite pari a quelle di altre asset class, mettendo in discussione la sua tradizionale funzione di copertura nelle fasi di crisi».

È un’eccezione o un nuovo modello? Per arrivare a una risposta, visto da Dws, è utile il confronto con il passato. E in effetti già dal 2016, proprio nelle fasi in cui ci si attenderebbe una funzione stabilizzante da parte di un bene rifugio, l’oro ha mostrato una tendenza a muoversi nella stessa direzione delle azioni. Come mai? In primo luogo, il mercato dell’oro è più ristretto e meno liquido rispetto a quello azionario o obbligazionario, è la tesi. Inoltre, è sempre più influenzato dalla domanda passiva (tramite ETF o strategie rules-based).

Il progressivo ritiro dell’attività di proprietary trading da parte di banche e broker ha ridotto un importante meccanismo di assorbimento degli shock di mercato: in passato, tali operatori contribuivano a smorzare la volatilità attraverso l’impiego di capitale proprio. Parallelamente, è aumentata la quota di investitori passivi, che amplificano i movimenti di mercato anziché attenuarli. A ciò si aggiungono investitori con budget di rischio rigidi o posizioni a leva, che necessitano di liquidità immediata in presenza delle cosiddette “margin call” (integrazione di garanzia a fronte di un contratto derivato).