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Ultimo aggiornamento: 6:59
Ho fatto un sogno.
Nel sogno, la sera stessa del 23 marzo, invece del solito circo su “chi guida il campo largo”, i leader del No facevano una cosa inaudita: si chiudevano in una stanza e decidevano di non uscirne finché non avevano un piano d’azione unitaria e immediata. Per le primarie, sì. Ma non sul leader: sui programmi.
Sarebbe stato lo sviluppo naturale del voto referendario: trasformare un No difensivo in un Sì a un progetto concreto, dare a quei 15 milioni di persone la sensazione che il loro gesto servisse a cambiare davvero qualcosa. Sarebbe stato il modo più semplice per smentire l’accusa di conservatorismo della destra e mostrare chi è che vuole davvero cambiare il Paese, e in quale direzione.







