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29 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 7:22

Le radiose giornate del 22 e 23 scorsi, con la straordinaria vittoria del NO al referendum sul tentativo di restaurazione regressiva marcato Meloni-Nordio, parrebbero autorizzare i professionisti dell’opposizione a trarre fuori dagli armadi della politica un bel po’ di vecchi abiti tarlati. Come se l’imprevista fioritura democratica marzolina non segnalasse profondi cambiamenti nello spirito del tempo, che impongono ben altre interpretazioni; irriducibili al repertorio di banalità e luoghi comuni novecenteschi.

Da qui il primo assunto: la campagna referendaria non è stata vinta da una nomenklatura burocratica accreditatasi in quanto leader di partiti fatiscenti, bensì grazie a testimonial informali – come Nicola Gratteri o Nino Di Matteo, legittimati da una vita consacrata alla lotta per la legalità – e agli ultimi mohicani della libera stampa e dell’opinione “contro”, che hanno mobilitato la lingua italiana spedendola in battaglia contro le orde dalla lingua biforcuta di un SI che perseguiva ben altro di quanto dichiarato nel quesito sottoposto ai votanti. Hanno vinto gli aventiniani del non voto e gli under 30, sia gli uni che gli altri spinti a tornare per una volta (o recarsi un’unica volta) ai seggi elettorali dalla gravità della partita in corso. La vergognosa potenza di fuoco mendace della propaganda governativa. Ma sia chiaro: non si è minimamente ricostituito un blocco sociale analogo a quello socialdemocratico della stagione progressista, su cui si fondò il consenso welfariano nel secondo dopoguerra; cancellato dal Thatcher-reaganismo e l’avvento dell’ideologia Neo-Liberista.