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Ultimo aggiornamento: 12:32
di Chiara Piana
Il 23 marzo 2026 rimarrà una data importante per me e per il nostro Paese, al pari del noto 4 dicembre 2016, quando gli italiani votarono in massa “NO” e decretarono la fine del renzismo. Ebbene, dopo quasi dieci anni il miracolo si è ripetuto e, questa volta, ho avuto l’orgoglio di contribuirvi con il mio voto, che all’epoca non potei esprimere per ragioni anagrafiche. Ero consapevole dell’importanza di questo referendum e, per citare un’espressione molto in voga di questi tempi, mi sento pienamente dalla parte giusta della storia, che è quella di chi ha agito a difesa della Carta costituzionale del nostro Stato, ossia il fondamento della nostra Repubblica e dei diritti che da essa vengono riconosciuti e garantiti.
Questo risultato è, in primo luogo, un grande motivo di speranza, non tanto per l’alta affluenza registrata (sono abbastanza certa che non verrà replicata alle elezioni politiche del 2027), ma perché ha confermato la capacità del nostro Paese di ridestarsi dal suo torpore civile e politico nel momento in cui si tratta di tutelare la Costituzione, per la quale si mobilita anche chi non nutre più fiducia nei partiti. In secondo luogo, è fonte di immensa soddisfazione per coloro che – come me – erano nauseati dall’arroganza, dalla sicumera, dalla falsità e dal livore dei promotori del “Sì”, i quali hanno costruito l’intera campagna elettorale sull’odio e sulla rivalsa nei confronti dei magistrati, fino ad arrivare a un vero e proprio vilipendio dell’intera categoria. Il tutto condito, peraltro, da una profonda quanto errata convinzione che il tanto caro “popolo” fosse formato da perfetti deficienti in grado di bersi qualsiasi panzana, come hanno ironicamente sottolineato anche Ficarra e Picone all’evento di giovedì sera.






