"Avrei potuto tirare a lungo e lasciare questa patata bollente al prossimo sindaco. Certo, i milanesi avrebbero visto partire i lavori per il nuovo stadio di Roma, per esempio, mentre a Milano ci si sfiniva in dibattiti fra partiti, comitati etc etc. Ma non sarebbe stato da me. Questa città non merita un sindaco passacarte. E speriamo non lo avrà mai".
Si chiude così un lungo sfogo del sindaco di Milano Beppe Sala, il quale in una storia su Instagram fa il punto sulla vicenda della vendita di San Siro a Inter e Milan che da ieri conta nove indagati, tra cui ci sono anche il direttore generale del Comune e suo braccio Christian Malangone e l’ex assessore alla Rigenerazione Urbana Giancarlo Tancredi. Sala vuole dire la sua “su alcuni dubbi che le indagini in corso possono generare”. Scrive di come fosse necessario uno stadio nuovo per Milano, nonostante si fosse ipotizzata “la ristrutturazione” di quello “esistente” perché “la posizione dei Club era ed è chiarissima: o uno stadio nuovo o via da Milano”. Ecco perché Palazzo Marino ha optato “per la prima ipotesi”.
Poi chiarisce la questione del prezzo di vendita (197 milioni), ritenuto troppo basso ma, come ha ripetuto più volte, frutto di una “doppia valutazione”, dell’Agenzia delle Entrate prima e del Politecnico poi. Su come si sia svolto l’avviso pubblico nonché i tanti contatti preliminari con le squadre - una delle contestazioni che le indagini rivolgono parlando di turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio – scrive: “La Legge Stadi ammette interlocuzioni con i possibili compratori, anzi le promuove”. E ancora: “La Legge Stadi autorizza, anzi spinge i Comuni, a contrattare direttamente con i club locali, senza bisogno di alcun avviso pubblico”.











