Chi era obbligato a vincere se ne va nella notte, chi sognava l'impresa è in strada a festeggiare.

Mentre Gattuso e gli azzurri lasciavano la Bosnia con un volo che da Sarajevo fa tappa a Milano prima di fermarsi a Roma, a Zenica è esplosa la gioia tra caroselli, clacson, fumogeni e fuochi d'artificio. Le strade sono intasate ma nessuno ha fretta, mentre i cori per Dzeko rimbalzano da un'auto all'altra.

In mezzo anche alcuni italiani, delusi dal risultato ma catturati da un clima imperdibile. "Abbiamo perso, ma ci è dispiaciuto soprattutto che nemmeno un giocatore sia venuto a salutarci a fine partita - racconta Andrea - Dopo tutta la fatica che abbiamo fatto per essere qui". Andrea è arrivato con Luca dalla Svizzera, in aereo in Germania hanno conosciuto Hamza e Selma, originari di Zenica e Mostar ma a loro volta residenti nel Paese elvetico. "Siamo venuti in auto con loro da Sarajevo, abbiamo visto la partita separati e poi ci siamo ritrovati fuori per bere insieme".

L'epilogo di Bosnia-Italia è la dolce rivincita di chi veniva considerato una vittima sacrificale, di chi troppe volte si è sentito rinfacciare le partite casalinghe nel Bilino Polje: quello stadio casalingo vecchio, malmesso, con le inferriate arrugginite e il campo spelacchiato, una capienza da Serie C italiana. E però l'onda dei tifosi bosniaci in quel catino rimbombava meglio, a sostegno di una squadra che ha stretto d'assedio i quattro volte campioni del mondo fino a farli capitolare dal dischetto.