Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

1 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 0:29

Almeno sedici anni, sempre sperando di esserci ai Mondiali del 2030. La terza eliminazione di fila della nazionale azzurra dalla competizione iridata di calcio ha un effetto collaterale amarissimo: c’è una intera generazione di ragazzi italiani che non conosce l’emozione di vivere le notti mundial, quando il nostro Paese dimentica le divisioni e si veste di un unico colore. La sensazione collaterale, poi, è che non c’è più lo shock delle prime volte, né la rabbia immediata. C’è solo un vuoto silenzioso che si allarga anno dopo anno, cambiando il modo in cui il calcio viene vissuto da Nord a Sud.

Perché questa assenza non pesa soltanto oggi: riscrive il passato e svuota il futuro. Per una generazione intera, il Mondiale non è più un’esperienza. È un racconto. Non ci saranno bambini davanti alla televisione con la maglia azzurra troppo grande, né famiglie che trattengono il fiato davanti a un rigore decisivo, né piazze che esplodono per un gol che diventa memoria collettiva. Niente cori intonati con il nodo in gola, niente rituali condivisi. Il Mondiale, semplicemente, sarà degli altri. E questo cambia tutto. Perché il tifo non nasce dall’abitudine, ma dall’identificazione. Nasce da immagini precise, da momenti vissuti insieme, da emozioni che diventano linguaggio comune tra generazioni. Senza questo, il legame si indebolisce. I ragazzi continueranno a seguire il calcio, certo, ma in modo diverso: più distaccato, più globale, meno radicato.