Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 19:47

Un “successo” lo aveva definito lo scorso 12 marzo davanti al Senato. Ma nel giro di due settimane, complice la guerra in Iran (Giorgetti dixit), il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è ritrovato di fronte – non si sa quanto consenziente e quanto obtorto collo – all’ulteriore “voce dal sen fuggita, poi richiamar non vale”. E non è detto che sia l’ultima marcia indietro su Transizione 5.0, la misura che garantisce sgravi fiscali a chi investe su macchinari che garantiscono una riduzione dei consumi. Perché mercoledì, a Palazzo Piacentini, arrivano i vertici di Confindustria a chiedere spiegazioni di quel taglio, infilato nel decreto Fisco lo scorso venerdì, che rimette nudo al vento chi aveva investito contando sui rimborsi dello Stato attraverso il credito d’imposta.

L’aria che tira è quella di un nuovo dietrofront, ovvero la promessa di trovare una copertura che garantisca a chi ha investito contando sugli 1,3 miliardi stanziati con la legge di Bilancio di vedersi attribuito l’incentivo per intero e non tagliato del 65% come stabilito nel Consiglio dei ministri il 27 marzo. Il “pesce d’aprile” con tanto di scuse è dietro l’angolo, con buona pace del ministero dell’Economia che aveva esplicitamente detto che il contesto è cambiato e una consistente parte di quei fondi servono per fronteggiare l’emergenza scatenata dal conflitto in Medio Oriente. Una decisione contestata da tutta Confindustria, a partire dal presidente Emanuele Orsini fino all’ultimo dei capataz delle associazioni locali.