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31 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 8:13

Dalla Casa Bianca alle Nazioni Unite, fino alle aule scolastiche italiane. Negli ultimi mesi, le politiche e le decisioni istituzionali sui diritti delle persone transgender si sono mosse lungo una direttrice comune: restringere, ridefinire e rallentare. Ed è proprio questo il contesto in cui cade il 31 marzo, Giornata internazionale della visibilità transgender, nata per accendere i riflettori su discriminazioni e diritti ancora negati. Negli Stati Uniti, l’amministrazione di Donald Trump ha rilanciato una linea apertamente restrittiva: dal tentativo di limitare la partecipazione delle persone transgender alla vita pubblica e politica fino al sostegno al divieto di accesso alle competizioni olimpiche. Ma il passaggio più significativo si è consumato alle Nazioni Unite il 19 marzo, dove Washington ha presentato una risoluzione per invitare gli Stati membri a definire il “genere” esclusivamente in termini binari, maschio o femmina alla nascita.

Una proposta respinta, ma non isolata. L’Italia ha votato contro, insieme ad altri Paesi, contestando il metodo — la mancata consultazione e la presentazione all’ultimo momento — più che il merito. Il rappresentante permanente italiano all’Onu, Giorgio Marrapodi, ha infatti dichiarato che Roma condivide l’interpretazione del genere come riferito “esclusivamente a maschio e femmina in base al sesso alla nascita”, segnando una convergenza politica con l’impostazione statunitense. Una linea condivisa a livello europeo. Il 18 marzo il Parlamento Ue ha bocciato la relazione presentata dall’eurodeputato dem Alessandro Zan, che puntava a rafforzare le tutele contro discriminazioni e crimini d’odio e a rendere effettiva la Carta dei diritti fondamentali, anche attraverso meccanismi sanzionatori per gli Stati membri. Uno stop che lascia ampio spazio alle legislazioni nazionali e alle loro divergenze.