Gli Stati Uniti si stanno preparando a un’operazione di terra in Iran di qualche settimana, e non sarà un’invasione su vasta scala. La Uss Tripoli, con a bordo 2.500 marine e altrettanti marinai è arrivata in Medio Oriente venerdì; 3.000 paracadutisti dell’élite 82ª Divisione Aviotrasportata sono stati inviati nella regione, mentre l’11ª Unità dei marine dovrebbe arrivare a metà aprile. Una decisione finale tuttavia non è ancora stata presa. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che «il compito del Pentagono è quello di prepararsi per dare al Comandante in Capo la massima libertà di scelta. Ciò non significa che il Presidente Trump abbia preso una decisione». Ciò dipende anche dall’esito dei tentativi diplomatici. Ieri a Islamabad si sono incontrati i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto e Arabia Saudita, oltre a quello pakistano, le cui discussioni si sono concentrate sulle proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz.

Tra queste una proveniente dall’Egitto che prevede un meccanismo simile a quello di Suez, con Turchia, Arabia Saudita e lo stesso Egitto pronti a formare un consorzio per gestire il passaggio del flussi di petrolio. La proposta è stata discussa separatamente anche con il vicepresidente americano Vance e probabilmente anche con Teheran, ma non si sa con quali riscontri. L’Iran piuttosto accusa gli Stati Uniti di star facendo un doppio gioco, da una parte spinge per il dialogo dall’altra prepara un attacco di terra. Lo ha detto il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf che nei giorni scorsi era stato indicato come il possibile principale interlocutore di Trump per trattare la fine della guerra e guidare una fase di transizione. I suoi toni tuttavia non sembrano molto concilianti. «Le forze iraniane stanno aspettando l’arrivo delle truppe americane sul territorio per dar loro fuoco», ha detto ieri. Le truppe americane diverranno «ottimo cibo per gli squali del Golfo», gli ha fatto eco il portavoce del comando militare Ebrahim Zolfaqari.