Venerdì mattina, mentre i future sul greggio salivano ancora e i monitor delle sale operative di Wall Street mostravano un'altra giornata in rosso, un operatore ha detto a un collega, a voce abbastanza alta da essere sentito: «Stiamo smettendo di credere alle parole». Non è una battuta. È la descrizione precisa di quello che sta succedendo sui mercati americani. Da cinque settimane consecutive Wall Street scende. L'S&P 500 ha chiuso venerdì al livello più basso da agosto, con un calo dell'1,7%, raggiungendo un meno 9% rispetto ai record di gennaio. Il Nasdaq è entrato ufficialmente in territorio di correzione, ovvero ha perso più del 10% rispetto al suo massimo recente.
Lo stesso vale per il Dow Jones, sceso di 793 punti nell'ultima seduta della settimana. È la striscia di perdite settimanali più lunga degli ultimi quattro anni, da quando la guerra in Ucraina sconvolse i mercati globali nel 2022. La guerra in Iran, iniziata il 28 febbraio, ha rimescolato ogni certezza sulla quale i mercati avevano costruito le loro previsioni per il 2026.
Per settimane, gli investitori avevano scommesso su una risoluzione rapida del conflitto. Ogni dichiarazione di Trump che alludeva a una de-escalation bastava a far rimbalzare i listini. I trader lo chiamano «jawboning», muovere i mercati con le parole. O «Taco Trump», ovvero la tendenza del presidente di fare grandi annunci e poi spostare le date o cambiare idea. Per un po' ha funzionato. Ora non funziona più. Il risultato è che gli operatori hanno smesso di muoversi in base ai comunicati della Casa Bianca e hanno cominciato a seguire altro: gli spostamenti delle truppe e le immagini satellitari del traffico navale.













