G eorge Orwell a Parigi viveva con sei franchi al giorno, ma non rinunciava al pane di segale più costoso: era rotondo e lo nascondeva in tasca per tutto il giorno. Colette inseguì per tutta la vita il sapore delle fragole raccolte da bambina, baciate dal sole. Andrea Camilleriha profumato le pagine dei suoi romanzi con i sapori di Sicilia e Jane Austen faceva servire ai suoi invitati una zuppa bianca che rimandava alle corti del Medioevo, ma era decisamente insapore.

Cosa rivelano il gusto e le eccentricità culinarie degli autori che amiamo? Ecco lo spunto per A tavola con gli scrittori (L'ippocampo, pp. 191, €24,90) di Valerie Stivers, giornalista e foodwriter americana che firma un libro succulento e delizioso in ossequio al celebre motto di Jean Anthelme Brillat-Savarin, «dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei». Gli esempi sono numerosissimi (finemente illustrati da Katie Tomlinson), partendo da Honoré de Balzac che appena vendeva un manoscritto festeggiava come un principe, divorando come antipasto un centinaio di ostriche annaffiate con quattro bottiglie di vino bianco, seguite da agnello, pernici e una sogliola alla normanna. E infine, aggrediva una piramide di pere decana per rifarsi la bocca. Era il suo modo di riscattarsi degli anni passati in collegio, dimenticato dalla famiglia e costretto ad un rancio decisamente triste. Il suo erede spirituale, Alexandre Dumas, ogni mercoledì a mezzanotte organizzava cene fra attori e drammaturghi, con paté di selvaggina e un’insalata condita secondo una ricetta segreta. Festaiolo e innamorato della vita, Dumas amava ogni tipo di eccesso, tenendo a mente una celebre massima: «Per il selvaggio mangiare è un bisogno, per l'uomo evoluto è un desiderio».