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29 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 9:07

Nessuno li stava contando davvero. Giovani tra i venti e i trent’anni, ragazze e ragazzi, sotto rappresentati nei sondaggi e quasi certamente anche dalla politica, si sono presentati in massa ai seggi il 22 e 23 marzo. Hanno dato un contributo decisivo alla vittoria del No al referendum sulla riforma della giustizia, con un’affluenza che Youtrend per Sky ha stimato al 67% tra gli under 35. Un risultato che ha spiazzato e che adesso obbliga a fare i conti con una generazione che i partiti non sempre riescono a intercettare. Eppure, da mesi riempiono le piazze per la Palestina e da anni si mobilitano per i temi ambientali e non solo. La domanda che rimbalza nei commenti del post-voto è sempre la stessa: dov’erano questi giovani fino a ieri? Avevano davvero aspettato un quesito tecnico per riscoprire le urne? O stava succedendo qualcos’altro? “Non sono disinteressati alla politica”, spiega Nicola Maggini, politologo e ricercatore dell’università di Bologna, esperto di comportamento elettorale e partecipazione giovanile. “Si attivano in modo selettivo, quando percepiscono una posta in gioco chiara e la possibilità di incidere davvero”. È una partecipazione intermittente, che non segue le stesse logiche di quella delle generazioni precedenti. I dati, spiega Maggini, lo confermano da anni: i più giovani votano meno alle elezioni politiche, si astengono di più, si sentono meno rappresentati, cambiano “orientamento” con maggiore facilità. “Sono in una fase della vita in cui sono più aperti e sensibili al contesto”, osserva, “quindi anche più mobili dal punto di vista elettorale”. Non disinteresse strutturale, dunque. Una forma diversa, e più selettiva, di rapporto con la politica. Il referendum, in questo quadro, funziona in modo particolare. Non solo per il tema, ma per la natura stessa della scelta che propone. “Nel referendum il voto è percepito come più efficace: basta un sì o un no per avere un impatto concreto e immediato”, spiega Maggini. “Il voto ai partiti spesso non viene vissuto allo stesso modo, perché passa attraverso troppi livelli di mediazione, troppe dinamiche interne, troppe delusioni accumulate”.