GTI, tre lettere che non vogliono dire solo Golf e che hanno contagiato anche altre Volkswagen come Polo, Scirocco, Lupo e Up!, tutte auto del popolo sportive che, in varie forme e taglie, non hanno mai abusato dell’autenticità di una formula unica e magica. Partendo da essa, Volkswagen ha anche coniato le sigle GTD e GTE realizzandole, non a caso, con lo stesso carattere grafico a sottolineare una varietà riconducibile ad un’unica radice e ad una filosofia chiara. La GTD è sicuramente l’operazione più riuscita anche se è la più inattuale: onora l’automobile dotata del primo “diesel veloce” e compare ufficialmente nel 1983 sulla Golf II, quando la sovralimentazione arriva sul motore a gasolio, un 1,6 litri da 70 cv. Con l’applicazione generalizzata di questa tecnologia a tutta la gamma, la GTD diventa invece una vera e propria GTI a gasolio: nell’assetto, nell’estetica e nell’allestimento.
L’eutanasia del diesel porta all’eliminazione di questa sigla che si riallacciava alla radice profonda della Golf. La GTE dovrebbe essere la GT delle ibride plug-in e con i suoi 272 cv supera persino i 265 cv della GTI “simplex”, ha prestazioni di livello (0-100 in 6,6 s.) e mette sul piatto un’autonomia in elettrico di 131 km, ma i 200 kg in più tra doppio motore e batteria sono una zavorra importante per chi intende la sportività in una certa maniera. Nel 2005 la Volkswagen aveva tirato fuori anche una GT spinta da un prodigioso 1.4 da 170 cv dotato di doppia sovralimentazione: compressore volumetrico e turbo, un brevetto che la Lancia aveva depositato e applicato anni prima sulla formidabile S4, ma che i vertici di FCA si erano dimenticati di proteggere lasciandolo scadere.






