C’è qualcosa di ostinatamente onesto nella Volkswagen Golf. Da cinquant’anni è lì, compatta, razionale, un po’ borghese, un po’ ribelle, a ricordarci che non serve per forza essere estremi per essere memorabili.
E ora che la GTI si è fatta un ritocchino – luci più sottili, fari a matrice LED collegati da una striscia luminosa, logo che si illumina come un’insegna di bar di quartiere – conserva intatta quella sua aria di ragazza perbene che ogni tanto si toglie le scarpe e corre a piedi nudi sull’asfalto.
Il cuore
Sotto il cofano il 2.0 turbo ha messo su altri 20 cavalli, arrivando a 265. Non è una cifra da sbruffone, è una cifra da adulto che sa esattamente cosa vuole. L’auto scatta in 5,9 secondi, sfiora i 250 all’ora (autolimitati, ovvio, perché la vita è già abbastanza rischiosa così), e lo fa senza mai alzare la voce più del necessario. Il motore ha un timbro caldo, rotondo, quasi rassicurante: non urla, racconta. E mentre racconta, tu senti che potresti guidarla per sempre, da Milano a Palermo, senza mai stancarti di lei.
Una piccola magia






