Le donne del vino, e dell’olio, non parlano per formule. Parlano con concretezza. Parlano da imprenditrici e testimoni di un cambiamento che attraversa il settore. Ascoltandole a Chiusa Sclafani (Palermo), nel Monastero dei Padri Olivetani di San Leonardo, dove dal 21 al 23 marzo si è svolta Sicilia Wine 2026 organizzata da Sicindustria, partner della rete Enterprise Europe Network, si capisce che questo cambiamento è già realtà, anche se non ha ancora corretto fino in fondo gli squilibri che si porta dietro.
Da un lato ci sono donne che guidano aziende, investono, presidiano la filiera e aprono mercati. Dall’altro resta una situazione ancora da studiare e soprattutto da riequilibrare. È il senso del lavoro avviato da Sicindustria e SFC – Sistemi Formativi Confindustria con il progetto europeo Grapes of Change, che ha coinvolto oltre 55 stakeholder in sette focus group nazionali in sei Paesi. Il quadro che emerge è netto: nel vitivinicolo la discriminazione di genere non appare come una somma di episodi isolati, ma come un fenomeno strutturale, segnato da invisibilità del lavoro femminile, precarietà e accesso ancora diseguale ai ruoli decisionali.
Identità e mercato
Sabrina Giacalone, dell’azienda agricola Botticella di Marsala, racconta un modo di fare impresa nel vino in cui identità, radicamento e visione si tengono insieme. La sua è un’azienda familiare che produce vino e olio, con vigneti biologici non irrigati nel territorio di Marsala e un uliveto di Nocellara del Belice a Mazara del Vallo, coltivato da quattro generazioni. «Da noi il concetto di annata è predominante, perché i vigneti non sono irrigati e vivono soltanto di acqua piovana. Quello che mettiamo in bottiglia ogni anno è il regalo di ciò che la natura ci ha dato», spiega. Una scelta agricola precisa, che negli ultimi anni ha reso ancora più evidente la fragilità del comparto: «Per chi produce biologico e lavora senza irrigazione sono stati anni durissimi».






