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Ultimo aggiornamento: 12:13
“Filmare per esistere”. Il caso dell’alunno di 13 anni che ha accoltellato la professoressa di francese a Trescore Balneario è rarissimo. Ma non è raro che i minorenni che compiono reati – dalle percosse agli scontri per gelosia o rapine – filmino quello che fanno. Come se ogni azione avesse bisogno di essere filmata e condivisa per essere vera. Cominciano sempre più presto – come conferma la procuratrice per i minorenni di Brescia Giuliana Tondino – “hanno un dominio dei mezzi sempre più forte, ci sono bambini di quinta elementare che sono capaci di navigare nel dark web. Le persone della mia generazione, ma anche quella precedente non saprebbero da dove cominciare”. I ragazzini, anche ancora bambini, sembrano essere costretti da un impulso incontrollabile a registrare, condividere come se “affermasse l’esistenza di se stessi”.
È una chiave di lettura inquietante sempre più necessaria per comprendere episodi che, a prima vista, sembrano incomprensibili. Nel caso del tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante a Trescore Balneario, colpisce non solo la violenza del gesto — rarissima per età e modalità — ma la scelta di riprenderlo e trasmetterlo in diretta su Telegram. Come se l’azione, da sola, non bastasse. Come se dovesse essere vista per diventare reale. Non è esibizionismo: è una forma di legittimazione, quasi appunto una prova di esistenza. Se non viene registrato e condiviso, è come se non fosse mai accaduto.









