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26 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 7:12

Se fossi nato nel 2010 anziché nel 1975 probabilmente sarei finito sui quotidiani nazionali, non come giornalista, ma come protagonista di un fatto di cronaca nera. A 15-16 anni, infatti, rimandato (senza alcuna spiegazione, senza alcun sostegno didattico) in latino, greco e matematica in prima liceo classico (il terzo anno), venni bocciato a settembre. Quel giorno, arrivato davanti all’ingresso della scuola, alla vista del mio nome scritto in rosso sui famosi tabelloni (quand’è che verranno eliminati?), presi in mano il casco e lo scaraventai sui vetri scaricando sulla scuola tutta la mia rabbia, la mia indignazione, la mia incomprensione da adolescente. Poi entrai all’ingresso e mi rivolsi verso i professori presenti, vomitando loro addosso tutto ciò che avevo covato fin dall’inizio dell’anno scolastico, quando la professoressa di greco (ormai defunta) mi disse fin dai primi giorni: “Non arriverai alla fine dell’anno”.

Fatta la mia azione da vandalo, da mostro, da violento mi misi in cammino per meditare su quel gesto, pensando di abbandonare per sempre la scuola. Mi salvò il mio parroco che mi convinse a frequentare le magistrali dove trovai delle donne e degli uomini che seppero valorizzarmi, ridarmi una possibilità e non trattarmi da “incapace”.