di Dafni Ruscetta
Da insegnante mi interrogo sull’ennesimo episodio di violenza tra i giovani, questa volta forse più allarmante in quanto agito all’interno del contesto scolastico istituzionale. Provo a ragionare in quali termini porre la questione agli studenti nei prossimi giorni, quando inevitabilmente se ne parlerà in classe. Ho imparato in questi anni che l’autenticità può essere la modalità più efficace di relazione con loro su questi temi, perché forse non esistono schemi preconfezionati sull’educazione alla vita.
La riflessione è anzitutto su un’epoca storica avara di profondità umana, in cui ignoriamo i nostri stessi limiti, tanto in adolescenza come in età adulta. La società dell’edonismo continuo – purtroppo solo per chi vive da questa parte del mondo – ci ha fatto perdere di vista la nostra vera natura di esseri viventi, che è ‘finita’, perché l’ordine universale è più grande di noi. Anzitutto dovremmo educare i ragazzi a questa finitezza, dovremmo insegnargli che accettare il limite è una costante dell’esistenza. Sul tempio di Apollo a Delfi stava scritto “Nulla di troppo”, un invito alla temperanza, a evitare ogni forma di eccesso. L’importanza del giusto equilibrio – dello “sfiorare che si trattiene dall’afferrare”, cioè la consapevolezza del confine tra desiderio e rispetto – non solo nel comportamento ma anche nelle parole, come principio di armonia.








