Anche o soprattutto in politica, come più in generale nella vita, in azienda, in famiglia, occorre qualche volta più coraggio a restare che a mollare, a resistere che a rinunciare, ad avanzare che a ritirarsi. È il caso della premier Giorgia Meloni –“la leonessa”, come l’ha chiamata Mario Sechiche di fronte alla sconfitta del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura, nonostante fosse più trasversale del no sulla carta prima ancora che nelle urne, ne ha preso atto rispettosamente, senza recriminazioni, e ha confermato quello che aveva già annunciato: la determinazione a rimanere al suo posto e a concludere il mandato quinquennale di legislatura conferitole dagli elettori tre anni e mezzo fa.

Lo farà, la presidente del Consiglio, per quante difficoltà continuerà a incontrare, prevedibilmente aumentate, sul versante giudiziario nel suo lavoro, a cominciare da quello in tema di contrasto all’immigrazione clandestina non a caso sottolineato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Pure lui deciso a restare al suo posto, per quanto potranno aumentare gli insulti abitualmente rivoltigli dai Travagli di turno soprannominandolo “mezzolitro” o “fiasco” intero.

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