Roma, 24 mar. (askanews) – Il paradosso è che ancora ieri andava ripetendo a favore di social che per il governo non ci sarebbe stata nessuna conseguenza. Alla fine, invece, il terremoto non avrebbe potuto essere più forte di così. Il day after del referendum per Giorgia Meloni è quello della furia e del repulisti. Al netto delle frasi di rito e del rispetto per il voto dei cittadini che è sovrano, la presidente del Consiglio ha deciso già dalle prime ore post voto che andava dato un segnale. C’è anche chi ha provato a convincerla che magari era meglio lasciar sedimentare il risultato della consultazione, per non prestare il fianco alle polemiche dell’opposizione, per non dare l’idea di un “fallo di reazione”, o peggio un segnale di debolezza.
La premier, viene raccontato, avrebbe deciso di andare dritto per la sua strada conducendo verso dimissioni ‘spintanee’ sia il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, finora sempre difeso, che la capo di gabinetto di viale Arenula, Giusi Bartolozzi. Io – è il ragionamento che avrebbe consegnato a chi ha avuto modo di parlarle – ci ho messo la faccia sulla riforma ma quello che non posso accettare è che passi l’idea che noi siamo la politica che protegge la casta dai processi. Insomma, la premier che si è sempre vantata di “non essere ricattabile” ha deciso di rispondere così a chi la accusava di favorire “zone d’ombra” e di “ambiguità”, di provare a spazzare via, appena chiusa la contesa elettorale, quell’accostamento alla parola camorra che le ha causato la vicenda di Delmastro e della società con la figlia di Carocci in una bisteccheria della Capitale. “Io sono entrata in politica dopo la morte di Falcone e Borsellino e noi siamo sempre stati la destra della legalità. Non posso accettare che si faccia credere il contrario”, avrebbe detto.













