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Pressioni interne e ragioni economiche alla base della scelta statunitense di voler trattare

L'improvvisa sterzata di Donald Trump ha sorpreso anche i suoi più attenti biografi. All'inizio della quarta settimana di guerra, il tycoon ha lanciato il segnale finora più evidente che i costi della guerra, quelli economici innanzitutto, cominciano a farsi pesanti, anche per una «presidenza imperiale» come la sua, abituata a ignorare le sfumature politiche del Congresso o i mal di pancia degli alleati, interni e internazionali. L'annuncio dell'avvio di «colloqui produttivi» con un non meglio identificato «top leader» iraniano - «ma non il leader Supremo» - era stato preceduto da due messaggi contraddittori lanciati nel weekend. Il primo, riguardava il prossimo raggiungimento degli «obiettivi militari» della campagna e la possibilità di un «ridimensionamento» dell'operazione in Medioriente. Poi, l'ultimatum di «48 ore» a Teheran se non avesse «riaperto» lo Stretto di Hormuz, con la minaccia di distruggere gli impianti energetici iraniani. Tra le righe dei due messaggi, si leggeva la frustrazione della Casa Bianca per una guerra che militarmente può considerarsi vinta, al pari dell'invasione dell'Iraq del 2003. Ma che, come avvenuto per quell'avventura militare, rischia di trascinarsi in un lungo scontro asimmetrico, con i pasdaran al posto della guerriglia islamista irachena e con i droni low cost e gli Rpg sparati dai barchini contro le petroliere nello Stretto, come gli «ied» usati dagli insorti contro i blindati americani e alleati. Tutto, con conseguenze economiche globali immensamente più drammatiche.