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Preoccupano la debolezza del barile e l'instabilità del Sud America

Rubinetti aperti a metà per l'amministrazione di Donald Trump, determinata a soddisfare la propria sete di petrolio attingendo alle riserve venezuelane. Ma le ambizioni di Washington stridono con i colossi del greggio, che mostrano prudenza sull'affermazione del presidente Usa secondo cui sarebbero pronti a investire "miliardi e miliardi di dollari" nella ricostruzione delle infrastrutture dopo la destituzione di Nicolas Maduro. Le major americane per ora rimangono in silenzio e Chevron, l'unica compagnia ancora operativa nel Paese, si limita a ribadire che continuerà ad operare nel pieno rispetto delle "leggi e regolamenti vigenti". Mentre ExxonMobil e ConocoPhillips evitano qualsiasi impegno concreto, e quest'ultima segnala che parlare oggi di nuovi investimenti sarebbe "prematuro".

Trump descrive il petrolio venezuelano - pari a circa il 17% delle riserve mondiali, ma solo l'1% dell'attuale produzione - come una ricchezza "rubata" agli Stati Uniti e promette una rapida modernizzazione delle infrastrutture, con aziende americane chiamate a riprendersi il settore e ad essere poi "rimborsate". Analisti ed esperti energetici, tuttavia, sottolineano tre ostacoli decisivi: l'incertezza politica e legale dopo anni di nazionalizzazioni ed espropri, i rischi di sicurezza in un Paese ancora instabile e un mercato petrolifero globale che si avvia verso una fase di eccesso di offerta. "Non credo che le aziende si affretteranno a tornare in Venezuela - spiega Jorge León, responsabile dell'analisi geopolitica presso la società di consulenza Rystad Energy - Prima vorranno assicurarsi che la situazione sia sufficientemente stabile. Il fatto che questo settore sia stato nazionalizzato da Hugo Chávez anni fa rimane un elemento di preoccupazione. Vogliono davvero vedere un miglioramento della situazione".