Il timo è una piccola ghiandola che si trova dietro lo sterno e ha un compito centrale: educare i linfociti T, cioè alcune delle cellule più importanti del nostro sistema immunitario. Con l’età tende a ridursi e a essere progressivamente sostituito da grasso, motivo per cui per decenni si è pensato che dopo la pubertà contasse poco. I ricercatori di questo lavoro, pubblicato su Nature a marzo 2026, hanno invece ipotizzato che la sua salute residua in età adulta possa essere tutt’altro che marginale.
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Per testare questa idea hanno usato un sistema di intelligenza artificiale capace di analizzare TAC del torace eseguite di routine e di attribuire un punteggio di “salute timica”. Il modello è stato applicato a due grandi coorti prospettiche: oltre 25.000 partecipanti del National Lung Screening Trial e circa 2.600 del Framingham Heart Study. Il primo dato interessante è che il timo non invecchia allo stesso modo in tutti: anche tra persone della stessa età c’era una variabilità notevole.
E veniamo al punto chiave. Le persone con un timo più “sano” avevano una prognosi migliore: nel National Lung Screening Trial il punteggio più alto si associava a una minore mortalità per tutte le cause, a una minore incidenza di tumore del polmone e a una minore mortalità cardiovascolare durante 12 anni di follow-up; in termini pratici, rispetto a chi aveva un timo più compromesso, il rischio di morte risultava circa dimezzato, quello di morte cardiovascolare ridotto del 63% e quello di sviluppare un tumore del polmone ridotto del 36%. Nel Framingham Heart Study il segnale più robusto è stato ancora una volta sul fronte cardiovascolare.






