VENEZIA - Al tempo della guerra ibrida, anche la Biennale di Venezia diventa terreno di scontro. E di propaganda: se da un lato Mosca vede nella riapertura del proprio padiglione la riammissione della Russia nel consesso internazionale a quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, dall’altro Kiev addita gli artisti russi come i complici del regime nell’attività di “soft power” contro la resistenza ucraina. Così in attesa del duello finale, e tutto italiano, tra il presidente Pietrangelo Buttafuoco e il ministro Alessandro Giuli, si infiamma il dibattito pubblico sulla strumentalizzazione dell’arte.
Biennale, il sindaco Brugnaro: «Buttafuoco coraggioso. Venezia resti aperta»
In queste ore nel web infuria in particolare l’offensiva scatenata da United24, la piattaforma governativa voluta dal presidente Volodymyr Zelensky per la raccolta di fondi a sostegno della difesa, dell’assistenza umanitaria e della ricostruzione. «Mentre la Russia bombarda l’Ucraina, la Biennale di Venezia accoglie russi legati al Cremlino. Dunque chi sono?», chiede sui social la divisione media dell’organizzazione, dandosi la risposta attraverso i nomi e i volti dei protagonisti della videoinstallazione “The tree rooted in the sky” (“L’albero è radicato in cielo”) pensata per i Giardini. «La Russia – affermano gli ucraini – fa ritorno alla Biennale sotto la direzione artistica dell’Accademia Gnesin, conosciuta per i concerti di supporto alla guerra della Russia in Ucraina». Fra i «50 artisti», viene citata innanzi tutto Zhanna Gefling, che «si esibisce nel gruppo folk russo “Toloka”», il quale «appare regolarmente al Ges-2», ex centrale elettrica di Mosca trasformata in museo d’arte contemporanea di proprietà dell’oligarca Leonid Mikhelson. «Si ritiene che suo marito presti servizio nell’esercito», è l’accusa rivolta alla musicista. «Qui siamo al ridicolo», ribattono i commentatori filo-russi.






