Giorgio La Malfa pare pensare, così una sua battuta, che a destra tutti votino Sì perché sono inquadrati, mentre a sinistra c’è chi vota Sì perché da questa parte c’è una vera libertà. È un’affermazione stravagante da parte di chi si definisce innanzi tutto “repubblicano” e non ricorda come il 2 giugno 1946 quando il popolo decise la forma istituzionale del nostro Stato, tutti i repubblicani (troppo inquadrati?) votarono per la forma repubblicana, mentre coloro che avevano sentimenti monarchici, soprattutto tra i Dc, si divisero.

In realtà quando una grande Paese come l’Italia fa i conti con una questione che riguarda il suo destino, c’è chi pensa essenzialmente agli interessi della propria fazione, ma c’è anche chi antepone a tutti gli interessi particolari quelli della nazione.

Così elettori di spirito monarchico che pur erano consapevoli del ruolo fondamentale che avevano avuto i Savoia nell’unificare l’Italia, si resero conto che solo la scelta repubblicana poteva chiudere quella pagina tragica della nostra storia che andava dall’entrata in guerra nel 1915 alla fine della Seconda guerra mondiale nel 1945.

E così oggi chi vota Sì non dimentica i magistrati che hanno combattuto terrorismo e mafia in modo spesso eroico, è consapevole della qualità di tanti togati figli di una tradizione giuridica tra le più qualificate al mondo, è deciso a difendere la sacra indipendenza di giudici e pm (finalmente separati tra loro anche nei Csm per garantire quella dialettica che sola tutela pienamente chi è sottoposto a giudizio), ma vuole anche chiudere una stagione lunga 34 anni quando a scelte giuste che riguardavano l’eccessiva protezione giuridica dei parlamentari (allora si “toccò” “l’intoccabile” Costituzione nell’articolo 68 sull’autorizzazione a procedere e quello 79 sulle amnistie con maggioranze semplificate) non corrisposero indispensabili interventi sul sistema corporativo di organizzazione della magistratura (avviato dal regime fascista e anomalo rispetto a tutte le grandi liberaldemocrazie) che oltre a coprire un fattuale e non più accettabile diritto all’irresponsabilità dei magistrati, favoriva un improprio ruolo di potere di un ordine dello Stato.