Alba degli anni Novanta, redazione del Giornale. S’affaccia al terzo piano Daniele Vimercati, mi guarda e sorride, si prepara a scombinare i miei piani del fine settimana: «Domenica andiamo insieme a Pontida». Non faccio in tempo a replicare un fico secco, “Vim” s’è già dileguato su per le scale che portano al piano della cronaca di Milano, mentre io continuo a spadellare le pagine di politica interna. Che ci farò mai con “Vim”, uno che del Senatur sa anche quello che Bossi non sa. Sotto il palco, mi ritrovo con Giorgio Bocca che a ogni colpo di spingarda dell’Umberto ridacchia, capita di tutto, c’è il mondo, sul sacro prato di Pontida. Nel luglio del 1993, in una giornata di sole, nei miei primi passi da giornalista a L’Indipendente, incrociai nel fango Franco Zeffirelli che scrutava sempre lui, Bossi, agganciai il Maestro con un bicchiere di vin brulé e mi confessò il suo interesse per quel leader e quel popolo: «È gente pesantemente calunniata.Hanno detto di loro cose incredibili, che non hanno alcun fondamento. Qui non c’è nessuna traccia di fascismo e di razzismo».

Sono trascorsi 33 anni, il presente si specchia nel passato, le parole restano immutabili, la biografie si aprono e chiudono, come il sipario del teatro della politica, nel libro della straordinaria esistenza di Umberto Bossi c’è la parola «fine». Fu lui nei primi anni Novanta a scoperchiare la crisi italiana, intuire il cambio d’epoca, il volta pagina del libro della storia italiana, fu lui a sollevare la questione Settentrionale provocando l’ira delle presunte classi colte. Il leone del Nord attaccò manifesti, fumò mille sigarette, perse e ritrovò la voce mille volte nelle valli. La cosiddetta grande stampa lo dipingeva come un pagliaccio, una maschera del folklore, invece avevano di fronte un grande politico, l’uomo che aveva visto e previsto la «rottura» dell’Italia, «lo sbrego» di cui parlava Gianfranco Miglio in un libro con Marcello Staglieno, “Una costituzione per i prossimi trent’anni. Intervista sulla terza repubblica” (Laterza). Bossi era una potenza, aveva l’istinto, il fiuto dell’animale politico, i suoi discorsi parlamentari negli anni del grande crac della Prima Repubblica erano una spada: il ritratto di una nazione smarrita, con la questione meridionale rovesciata in settentrionale, la rivoluzione giudiziaria risolta nell’occupazione del Parlamento da parte di magistrati e avvocati, dove invece servivano nuovi uomini e donne per rifare l’Italia e gli italiani.