Il conflitto in Iran continua a evolversi rapidamente, guidato più dagli eventi concreti sul terreno che da pianificazioni strategiche a lungo termine. La portaerei USS Ford dovrà presto attraccare in Grecia per una manutenzione straordinaria causata da un incendio che ha danneggiato parte dell’equipaggiamento, riducendo così le risorse navali americane immediatamente disponibili. Washington sta valutando rinforzi significativi, oltre ai 2.200 marine già in arrivo con unità anfibie e alla USS Tripoli in rotta dal Sud-Est asiatico.
Trump ha ribadito di non voler inviare truppe terrestri “da nessuna parte”. Tuttavia, si profilano scenari che prevedono l’impiego di truppe speciali sul terreno per obiettivi precisi. Tra questi spicca la possibile presa di Kharg Island, snodo essenziale per l’export di petrolio iraniano rimasto vulnerabile dopo i raid americani del 13 marzo: un’operazione che richiederebbe almeno 4.000 uomini e comporterebbe rischi elevati da droni e missili a lunga gittata. Un altro fronte riguarda lo Stretto di Hormuz, dove il dispositivo militare statunitense si sta rafforzando soprattutto con aviazione e Marina per una riapertura forzata, anche se truppe di terra potrebbero essere necessarie per controllare le coste.L’obiettivo più delicato e discusso resta però la centrale nucleare di Isfahan, colpita a giugno e contenente 441 chili di uranio arricchito al 60 per cento, quantità sufficiente – secondo il rapporto AIEA di settembre – per 11-15 bombe atomiche.







