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20 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 14:24

Quel che colpisce quando parli con Alberto Bianco non è tanto quello che dice, ma quello che sceglie di lasciare fuori. Le parole per lui non sono riempitivo, sono la sostanza. E questa cosa si sente ancora di più in Camaleonte, un disco che può sembrare scritto di fretta ma che, in realtà, è solo scritto senza alibi. E poi te lo dice quasi di passaggio: l’ha inciso su un quattro piste a cassette, un Tascam, come se fosse la cosa più normale del mondo nel 2026.

Composto da undici brani che spogliano la scrittura del cantautore torinese da ogni sovrastruttura e riportano tutto all’essenza – cantautorato, intimità analogica, poesia che convive con caos, leggerezza e malinconia – Camaleonte è una presa di posizione che si maschera da urgenza: una settimana per scriverlo, pochi giorni per registrarlo a Torri in Sabina, insieme a Bob Angelini e Andrea “Fish” Pesce, e nessuna voglia di rifinirlo all’infinito. È il rifiuto “di quel perfezionismo tossico che ti fa rifare una take finché non cancelli anche l’ultima traccia di essere umano…”. Qui succede il contrario: se la voce trema, resta, se la chitarra graffia, meglio. Se entra uno strumento, un altro deve farsi da parte come in una specie di selezione naturale, sopravvive solo quello che serve davvero.