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Ultimo aggiornamento: 18:49
Alle otto del mattino, Michele Bitossi entra in classe con la stessa faccia di chi sa che la giornata sarà lunga e non per questo meno necessaria. Davanti ha una ventina di diciassettenni in deficit cronico di sonno, cresciuti a notifiche e scrolling notturno. Lui apre il registro, prende fiato e comincia dalla guerra dei Cent’anni. Non perché sia un nostalgico della polvere degli archivi, ma perché in quella storia di assedi, tregue e tradimenti c’è un modo per parlare anche del presente.
Uscito da scuola, poche ore dopo, lo stesso uomo prende una chitarra e canta di difese emotive, anestesia collettiva e uomini che per non sentire più niente si mettono tra sé e il dolore “mille cose”. È da questa frizione quotidiana che nasce Tutte difese, il nuovo disco di Bitossi, un album che arriva da quell’intercapedine minuscola tra la vita reale e il tentativo di raccontarla. Non c’è niente di romantico, se non il fatto che a un certo punto qualcuno decide di non mentire più.
Bitossi non è un debuttante e neppure un reduce nostalgico. È uno che ha fatto il giro largo: band (Numero 6), pseudonimi (Mezzala), scrittura per altri (anche per Francesco Gabbani), un romanzo, un podcast, una stagione in cui la bussola sembrava impazzita. Nel frattempo è diventato professore di Italiano e Storia in un istituto tecnico. Non per ripiego, ma per una specie di vocazione differita, un desiderio rimasto in sospeso per vent’anni e ripreso quando la musica ha smesso di sembrare una corsa a ostacoli.






