«Non siamo mai stati così forti. E la rotta strategica non cambia» in piena tensione dei mercati energetici e di strozzatura ad Hormuz. Per l’ad di Eni Claudio Descalzi, al battesimo del suo dodicesimo piano industriale per il gruppo (quello al 2030) è piuttosto l’ora di dividere a dovere gli effetti del super-petrolio con gli azionisti. La vera novità è il dividendo straordinario che scatterà per decisione del cda con l’impennata dei prezzi di gas e petrolio oppure dei margini di raffinazione, mentre in Germania si parla già di tassa sugli exra-profitti del petrolio. Una dote che, va ricordato, andrà anche a due azionisti come la Cdp, il braccio del Tesoro che ha in portafoglio il 29,75% del capitale (e che l’anno scorso ha già incassato quasi un miliardo di cedola ordinaria), o come il Tesoro che in virtù del suo 2% ha vantato un gettito da quasi 70 milioni nel 2025. Per il resto, avanti tutta in particolare sull’E&P (Exploration & Production) che guida la crescita (11 miliardi di barili di petrolio scoperti dal 2014) e largo alla transizione se i business satellitari creano valore come nel caso di Eni Live e Plenitude. Lì dove per Plenitude, la controllata green del gruppo, scatterà il riassetto societario, nuova governance e un aumento di capitale da 1,5 miliardi non proporzionale tra i soci (Ares guadagnerà il controllo congiunto). Un modo per «promuoverne una crescita più efficiente».